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Le ragioni che spingono i docenti a lasciare l’insegnamento

Par Alessandro le 22/12/2016 Blog > Lezioni private > Dare delle Lezioni Private > Perché un Insegnante Scolastico Dovrebbe Dimettersi?
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Non accade solo in Italia, ma di certo nel nostro paese sono tanti gli insegnanti che chiedono le dimissioni dal loro mestiere.

Difficile dare numeri precisi, vista la difficoltà di accesso a documenti che permettono di averli, ma si stimano a migliaia le lettere di dimissioni che ogni anno circolano nel sistema scolastico nazionale.

Le motivazioni che portano a tale decisione le possiamo immaginare tutti: gli stipendi troppo bassi, un lavoro quotidiano molto stressante, una mancato riconoscimento del valore del proprio lavoro.

Lasciare l’insegnamento non è certo una decisione che si prende in un atto di impulsività. Deriva piuttosto da un senso di frustrazione che si accumula nei mesi, se non negli anni. All’inizio, questo mestiere spinge molte persone che sentono la « vocazione » per la diffusione del sapere a intraprenderlo con entusiasmo. Ma a poco a poco l’ottimismo sfuma.

Per quali ragioni? Ogni insegnante ha le proprie, secondo la propria situazione e le proprie priorità. Per lo più, gli insegnanti abbandonano questo mestiere per la sovrapposizione di tutte queste ragioni.

Qui ne esamineremo alcune tra le più importanti.

Una retribuzione non adeguata

La ragione economica è di certo tra le più decisive. Non è un segreto che fare il docente scolastico non apra a una vita di ricchezza e opulenza. Al massimo, dà l’opportunità di svolgere un mestiere degno, in cui conviene considerare la gratificazione non monetaria della propria « missione » sociale di pedagogo. Una pretesa a cui però non tutti vogliono sottostare.

Maturando anni di anzianità lo stipendio dell'insegnante aumenta, ma non abbastanza da convincere a tenersi il posto! L’evoluzione dello stipendio degli insegnanti non è tra le migliori!

Lavorare come insegnante significa innanzitutto guidare una generazione di giovani verso gli adulti che saranno, nella loro vita e nella loro professione. Non è un compito da poco, eppure la società fatica a riconoscerlo. E da questo, deriva già un primo impulso di dire « io non ci sto, me ne vado ».

Chiaramente, gli insegnanti non percepiscono tutti lo stesso stipendio: bisogna distinguere tra docente di scuola elementare, media, superiori. Inoltre, è necessario tenere da conto gli anni di anzianità del servizio.

Insegnante di scuola elementare: all’inizio percepisce 19.324 euro lordi all’anno, che dai 9 ai 14 anni di servizio diventano 21.454 euro, per poi toccare il « picco », oltre i 35 anni di servizio, di 28.291 euro.

Insegnante di scuola media: parte da 20.973 euro lordi all’anno, che da 9 a 14 anni di servizio diventano 23.444 euro, fino a raggiungere, oltre i 35 anni di servizio, la cifra di 31.325 euro.

Insegnante di scuola superiore: appena assunto percepisce 20.973 euro lordi annui, da 9 ai 14 anni di servizio riceve 24.062 mila euro, fino a toccare, oltre i 35 anni di servizio, 32.912 mila euro.

Considerando il valore del servizio reso alla società e le ore di lavoro, molti insegnanti non trovano adeguate queste cifre e ritengono gli scatti di stipendio poco stimolanti, se comparati a quelli ricevuti da tanti lavoratori privati. A ciò si aggiunge un mancato adeguamento degli stipendi al crescente costo della vita in Italia.

Quindi, col tempo un insegnante sottopagato può perdere la propria motivazione e può prendere la drastica decisione di abbandonare il proprio mestiere.

La mancanza di riconoscimento professionale

Ti sarà capitato di sentire in giro: « gli insegnanti lavorano solo mezza giornata », « gli insegnanti hanno 3 mesi di ferie », o l’immancabile « chi sa, fa; chi non sa, insegna ».

Molti docenti non vivono mai quella gratificazione che spesso dà energia nell’esercitare il mestiere: il riconoscimento del lavoro svolto.

Molti docenti sentono di non essere sostenuti a sufficienza dalla società per il lavoro che svolgono. Molti professori non ricevono mai il riconoscimento della loro funzione sociale.

La volontà di gettare all’aria tutto può quindi derivare da un senso di sottovalutazione, sia da parte della società che di chi avrebbe il potere di influenzare l’opinione pubblica.

Per alcuni docenti, il riconoscimento non significa nulla: in fin dei conti basta lavorare per poter sfamare se stessi e la propria famiglia, il resto sono chiacchiere.

Per altri, invece, questo è un punto fondamentale. All’inizio della carriera, molti insegnanti nutrono una vera passione per il proprio mestiere. La matematica, l’inglese, la storia, la filosofia: ognuno ha una materia che desidera trasmettere con entusiasmo alle nuove generazioni. Ma appena ci si scontra con la mancanza di attenzione da parte degli allievi, arriva la delusione per lo schiaffo alla materia e all’insegnamento in generale come funzione pubblica.

Da questo livore, nel lungo termine, può nascere la volontà di dimettersi. Una volontà molto spesso rafforzata, tra l’altro, dalla scarsa qualità dei mezzi a disposizione: strutture fatiscenti, materiali obsoleti, aule degradate. La conseguenza è il senso di abbandono, dalla società e dalle istituzioni.

D’altronde, in un mondo che cambia così in fretta come il nostro, spendere per un materiale aggiornato risulta determinante per la qualità dell’educazione stessa. Spesso sentiamo paragoni impietosi coi fondi a disposizione delle scuole in altri paesi.  Anche dopo anni e anni di richieste non arriva quella risposta dalle istituzioni, facendo sentire gli insegnanti come parte di un settore sacrificabile. Ed ecco, anche qui, il desidero di dimettersi.

Infine, il sistema scolastico italiano sembra giudicare la qualità di un insegnante unicamente in base al criterio dell’anzianità. E questo metodo viene giudicato non meritocratico da molti docenti.

Un mestiere troppo stressante

In una società sempre in movimento come quella di oggi sono molti i mestieri che causano stress.

La velocità a cui dobbiamo adeguarci per tenere insieme tutti gli aspetti della nostra vita ha una forte influenza sul nostro stato mentale. Le abitudini di tutti i giorni ne risentono, così come il lavoro. Un gran numero di professioni esige sempre di più dai lavoratori, chiamati a rispondere a una società ogni giorno più dinamica e connessa. Ciò diventa causa di stress, a volte oltre i limiti della sopportazione.

Lo stress eccessivo è una delle causa principali delle dimissioni dall'insegnamento. Il fenomeno del burnout riguarda gli insegnanti più di ogni altro lavoratore nella Pubblica Amministrazione!

Il mestiere dell’insegnante rappresenta un simbolo, per sfortuna, di questa tendenza. Al punto da portare a porsi la domanda infelice: « quali sono le procedure per dimettermi? ».

Sono varie le ragioni di questa pressione quotidiana: la disorganizzazione della scuola, gli episodi di bullismo tra i ragazzi, la burocrazia, i carichi di lavoro, la precarietà del ruolo, i cattivi rapporti coi colleghi o coi genitori degli allievi, la mancanza di sostegno materiale e finanziario, il senso di responsabilità, la mancanza di meritocrazia. Solo per citarne alcuni.

Lo stress da insegnamento è motivo di vari disagi psicofisici. Come dimostrano statistiche svolte in vari paesi europei, il fenomeno non è solo italiano. In Francia e in Germania molti insegnanti sono affetti da patologie psichiatriche. In Italia, non esistono dati precisi a livello nazionale, ma alcuni studi regionali in Piemonte e Lombardia mostrano che circa l’80% degli insegnanti non risulta idoneo al mestiere per ragioni psichiatriche. Secondo un’analisi condotta dal medico Vittorio Lodolo D’Oria nel 2004, specialista sul burnout, « l’insegnamento è una professione usurante, soggetta ad una frequenza di patologie psichiatriche maggiore rispetto alle altre categorie della Pubblica Amministrazione ». Inoltre, « la politica inasprisce le regole previdenziali ritardando l’uscita dal sistema scolastico », senza attivare misure di prevenzione e monitoraggio dello stress.

Ecco quindi un altro motivo che porta all’abbandono della professione, in favore di nuove strade o, perché no, strade simili come quelle dei corsi privati.

La mancanza di mobilità

Nell’insegnamento, il fenomeno della mobilità è un’altra causa demotivante.

Lasciare il proprio luogo di origine, dove si hanno tutti gli interessi e gli affetti, per trovarsi in una scuola dall’altra parte del paese non è un’impresa scontata per tutti a livello psicologico.

Facciamo un esempio. Dopo aver vissuto per tutta la vita in Puglia, in tranquillità, un giovane insegnante che ha appena terminato i suoi studi trova un’opportunità di inserimento in una scuola di un piccolo paese della Lombardia. Per alcune persone, il cambiamento di ambiente può essere piuttosto duro da digerire, per varie ragioni: per una situazione familiare che richiederebbe una presenza continua (figli piccoli, genitori malati, ecc.), perché la prospettiva di andare in una piccola realtà di provincia lontana e sconosciuta non attira, per una difficoltà ad abbandonare la propria terra, per ragioni climatiche.

Oggi la mobilità degli insegnanti, specialmente di quelli più giovani, sembra una circostanza inevitabile! Non tutti sono disposti a trasferirsi da una città a una piccola provincia lontana centinaia di chilometri!

Inoltre, altro motivo di polemica è il sistema di assegnazione delle cattedre, negli ultimi anni affidato all’algoritmo di un computer. Secondo alcuni insegnanti, a volte non sussiste questa necessità di trasferirsi, perché nella propria città le opportunità di inserimento in una scuola ci sarebbero.

Ovviamente, i più esposti a dover fare le valige sono gli insegnanti più giovani. Alcuni lasciano perdere ancora prima di partire, oppure tornano a casa dopo qualche mese o anno passati fuori.

Insomma, varie ragioni scoraggiano gli insegnanti a continuare il proprio mestiere. Diffondere il sapere ai giovani è un compito nobile, ma per le ragioni che abbiamo descritto si configura più come una « missione », che implica delle rinunce anche importanti. A volte troppe.

Per questo, la società dovrebbe cambiare la propria percezione sull’insegnamento scolastico, valutando tutte le difficoltà che questa professione comporta: burocrazia, precarietà, stipendi bassi, stress. Chi continua a insegnare fino alla pensione può essere visto come una persona determinata e disposta a grandi compromessi. « Un eroe », lo definirebbero alcuni.

Chi non è disposto a fare certi sacrifici, non deve comunque vergognarsi. Può valutare altre opzioni: ad esempio, diventare un insegnante privato!

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Alessandro
Appassionato di storytelling, mi piace raccontare scrivendo, disegnando e traducendo.

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