Ogni anno, nel mese di ottobre, il mondo della scienza trattiene il fiato in attesa di sapere chi sarà il nuovo vincitore del Premio Nobel per la Medicina. È uno dei riconoscimenti più prestigiosi e ambiti in assoluto, assegnato a chi ha saputo cambiare per sempre il modo in cui comprendiamo il corpo umano e le sue malattie. Nel 2023, ad esempio, il Nobel è stato assegnato a Katalin Karikó e Drew Weissman per le loro scoperte sulle modifiche delle basi nucleosidiche che hanno reso possibili i vaccini a mRNA contro il Covid-19. La rapidità con cui sono riusciti ad adattare anni di ricerca a una crisi globale come la pandemia è stata considerata esemplare: un traguardo che ha salvato milioni di vite e che continuerà a salvarne in futuro.
Questo spirito di innovazione, coraggio e perseveranza è lo stesso che, nel corso della storia, ha guidato anche alcuni scienziati italiani che sono riusciti a lasciare un segno profondo nella medicina mondiale, fino a meritare il più alto riconoscimento possibile: il Premio Nobel per la Medicina. Dalla fine dell’Ottocento a oggi, solo tre italiani sono riusciti a conquistarlo: Camillo Golgi, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini. Se vuoi conoscere altri vincitori del Premio Nobel che hanno cambiato la storia della scienza, scopri i vincitori del Premio Nobel più importanti di tutti i tempi. Le loro scoperte hanno rivoluzionato la neurologia, la biologia molecolare e la genetica, aprendo nuove strade per la comprensione e la cura di malattie che fino ad allora sembravano incurabili.
In questo articolo ripercorreremo le loro vite, i loro successi e le loro idee, per scoprire come l’Italia, grazie al talento di questi pionieri, abbia saputo conquistare un posto nella storia della medicina mondiale.
Rita Levi Montalcini
Rita Levi Montalcini è forse la più celebre tra i vincitori italiani del Nobel per la Medicina. Nel 1986 ricevette il premio, insieme allo statunitense Stanley Cohen, per la scoperta dell’NGF (Nerve Growth Factor), una proteina fondamentale per la crescita e la sopravvivenza dei neuroni. Questa scoperta ha rivoluzionato la comprensione dello sviluppo del sistema nervoso e ha aperto la strada a studi sulle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il Parkinson.
Le sue ricerche cominciarono negli anni ’40, nonostante le difficoltà dovute al clima politico in Italia e alle leggi razziali che la costrinsero a studiare in laboratorio solo domestico. Nel 1948, ricevette un invito per condurre studi al laboratorio di Viktor Hamburger all’Università di Washington, dove confermò le sue intuizioni.
Il corpo faccia quel che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente.
Rita Levi Montalcini.
La sua carriera fu straordinaria anche dal punto di vista umano: lavorò in condizioni difficilissime durante le leggi razziali, studiando in un laboratorio improvvisato nella sua camera da letto. Nel tempo è diventata un simbolo della scienza italiana nel mondo e un esempio di determinazione e coraggio. Levi Montalcini è stata non solo un’icona scientifica, ma anche un simbolo culturale: Senatore a vita, attiva fino in età molto avanzata, è rimasta un punto di riferimento per la scienza italiana nel mondo fino alla sua morte nel 2012.
La sua vittoria fu storica anche per un altro motivo: Rita Levi Montalcini è stata una delle pochissime donne a ricevere il Premio Nobel per la Medicina nella storia di questo riconoscimento, le scienziate premiate sono state appena una manciata. Questo ha reso la sua figura non solo un simbolo della ricerca italiana, ma anche un punto di riferimento mondiale per l’emancipazione femminile nella scienza.
Camillo Golgi
Camillo Golgi fu il primo italiano in assoluto a ricevere il Premio Nobel per la Medicina, nel 1906, ex aequo con lo spagnolo Santiago Ramón y Cajal. Golgi sviluppò una tecnica innovativa, detta “reazione nera”, che permetteva di colorare i neuroni e osservarne la struttura al microscopio. Grazie a questo metodo fu possibile mappare il cervello con una precisione mai vista prima.
Le sue osservazioni permisero di rivelare per la prima volta la forma delle cellule nervose, rivoluzionando lo studio del cervello. Le sue innovazioni tecniche e scoperte anatomiche hanno posto le basi della neuroanatomia moderna e sono tuttora studiate nei corsi di medicina in tutto il mondo.
Oltre alla reazione nera, Golgi fece molte altre scoperte fondamentali: individuò i plasmidi di Golgi, oggi noti come apparato di Golgi, una struttura cellulare essenziale per il trasporto e la secrezione di proteine.

Scoprì anche il malariae plasmodium (uno dei parassiti responsabili della malaria), descrisse il ciclo vitale del Plasmodium e contribuì allo studio della patogenesi della malaria cerebrale.
Fu professore e poi rettore all’Università di Pavia, dove creò un centro di eccellenza scientifica. È considerato una delle figure più influenti della medicina italiana tra Ottocento e Novecento, e il suo nome è ancora oggi legato a numerose strutture e istituti di ricerca.
Renato Dulbecco
Renato Dulbecco (1914-2012) è stato un virologo di origine italiana naturalizzato statunitense, e ha condiviso il Premio Nobel per la Medicina nel 1975 con Howard Temin e David Baltimore. Il riconoscimento arrivò per le sue scoperte riguardanti l’interazione tra virus tumorali (“oncovirus”) e il materiale genetico delle cellule ospiti. Dulbecco aveva iniziato i suoi studi in Italia, all’Università di Torino con Giuseppe Levi, poi si trasferì negli Stati Uniti dove sviluppò molte delle sue ricerche più importanti. Fu tra i primi a capire che certi virus oncogeni a DNA possono integrare copie del proprio genoma nel DNA della cellula ospite, alterandone il funzionamento e contribuendo allo sviluppo del tumore.
Uno dei contributi tecnici fondamentali fu l’adattamento della tecnica delle placche virali (usata per i batteriofagi) ad animali, permettendo una misurazione quantitativa dell’infezione virale in colture cellulari. Questo permise di studiare con rigore l’effetto dei virus tumorali, aprendo la strada ad interventi nella diagnosi e prevenzione dei tumori.
Renato Dulbecco fu tra i primissimi scienziati a proporre pubblicamente il sequenziamento completo del genoma umano: in un celebre articolo pubblicato su Science nel 1986, scrisse che mappare il DNA umano sarebbe stato essenziale per comprendere e curare il cancro.
Questa sua visione anticipò di anni la nascita ufficiale del Progetto Genoma Umano, di cui poi divenne uno dei promotori principali. Il suo lascito è enorme: ha reso più chiara la comprensione dei meccanismi molecolari del cancro, ha ispirato generazioni di ricercatori e cambiato il modo con cui guardiamo all’oncologia.
Un’eredità che continua e guarda al futuro
I vincitori italiani del Premio Nobel per la Medicina hanno lasciato un’eredità immensa, che continua a vivere non solo nei libri di testo e nei laboratori, ma anche nella pratica clinica quotidiana e nella formazione di nuove generazioni di scienziati. Le loro scoperte hanno contribuito a salvare milioni di vite, migliorare le terapie, aprire nuovi campi di ricerca e trasformare radicalmente la nostra comprensione del corpo umano e delle malattie.
Camillo Golgi ha gettato le basi della neuroanatomia, Renato Dulbecco ha aperto la strada alla genetica molecolare e Rita Levi Montalcini ha rivoluzionato lo studio del sistema nervoso. I loro risultati non sono solo pietre miliari della scienza, ma anche esempi di tenacia, curiosità e visione, qualità che continuano a ispirare studenti, medici e ricercatori in tutto il mondo.

Oggi, i laboratori italiani proseguono questo cammino con nuove sfide: la medicina rigenerativa, le terapie geniche, la biotecnologia e la ricerca sulle malattie neurodegenerative. È difficile prevedere chi sarà il prossimo scienziato italiano a ricevere il Nobel, ma la tradizione di eccellenza che questi pionieri hanno costruito lascia immaginare che non sarà un evento isolato, bensì l’ennesimo capitolo di una lunga storia di innovazione e passione scientifica.
Il futuro della medicina è ancora tutto da scrivere, e chissà che tra le sue pagine non ci sia di nuovo un nome italiano.









