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La guida per chi ha deciso di dimettersi dal mestiere di insegnante scolastico

Di Alessandro, pubblicato il 31/07/2017 Blog > Lezioni private > Dare delle Lezioni Private > Tutto Quello che Devi Sapere sulle Dimissioni dall’Insegnamento
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L’abbandono del pubblico impiego può aver luogo in diversi modi. Questi variano enormemente in base al fatto che si tratti, o meno, di una scelta libera e spontanea. Il licenziamento rappresenta il caso meno desiderato, ovviamente! Esistono poi le note “dimissioni per giusta causa”. Ed infine le “dimissioni volontarie” finalizzate ad intraprendere un nuovo progetto professionale.

Concentriamoci qui sul caso delle dimissioni dal mestiere di insegnante.

In Italia, all’ora attuale, il tema può sembrare inappropriato. Il grosso problema del Paese, infatti, è al momento proprio quello di capire come – e di fare di tutto per – entrare nel sistema dell’insegnamento pubblico. Tuttavia, se pensiamo che, come sempre, certi fenomeni osservati in Paesi vicini finiscono poi, col passar degli anni, per riproporsi anche da noi, si capisce che il tema meriti comunque un approfondimento.

E allora cerchiamo oggi di capire…

Quali ragioni potrebbero mai spingere un insegnante a dimettersi dal sistema scolastico? Quali sono le tappe da seguire, una volta presa questa particolarissima decisione? E quali tempistiche bisogna rispettare?

In questo articolo cercheremo di dare una risposta a queste domande.

Le ragioni che spingono un insegnante a dimettersi dall’insegnamento

Non vi sono, naturalmente, ad oggi, studi di rilievo. Tuttavia anche in Italia gli insegnanti denunciano spesso un malcontento. Col passar del tempo capita che la disaffezione rispetto al ruolo di insegnante della scuola pubblica sia così elevata da poter far riflettere sull’opportunità di abbandonare questo impiego, tuttavia sicuro e a vita. Quali sono le ragioni che potrebbero un giorno spingere un insegnante a dimettersi?

Il mestiere dell’insegnante, nell’immaginario degli ultimi cinquant’anni, si è legato sempre ad una sorta di passione; ad una presunta vocazione per il sapere e soprattutto per la sua trasmissione.

Molti insegnanti lamentano stipendi troppo bassi rispetto alla pubblica utilità della loro funzione. Se il tuo obiettivo è fare soldi, non scegli l’insegnamento!

Ciò è stato probabilmente vero fino agli anni Ottanta. In qualsiasi ordine e grado scolastico ed in qualsiasi materia.

Sarebbe bello poter continuare a pensare che anche oggi si possa diventare insegnante per la passione di comunicare nozioni agli allievi. Poter continuare a credere che “insegnanti si nasce”.

L’insegnamento è ancora descrivibile come un’attitudine naturale? Come il risultato del desiderio viscerale di trasmettere conoscenze alle nuove generazioni?

Il degrado dell’istituzione scolastica, la crisi economica, il calo demografico intervenuto, drastico ed inarrestabile, la sproporzione tra i percorsi formativi e quelli lavorativi hanno fatto sì che il mestiere più bello del mondo diventasse qualcosa di molto strano …Un ibrido tra la chimera e la punizione divina!

Le condizioni di lavoro degli insegnanti di oggi hanno di che mortificare gli ardori pedagogici del più sincero dei professori. Alcuni fattori, in particolare, possono essere associati alla perdita di attaccamento rispetto alla docenza:

  • un alto livello di stress da lavoro;
  • uno stipendio basso e che evolve poco rispetto a quello percepito nel settore privato;
  • una mancanza di riconoscimento, da parte dello Stato, degli allievi e dei genitori, del ruolo svolto;
  • il desiderio di creare una propria impresa e di affrontare nuove sfide;
  • degli allievi talvolta violenti sul piano fisico e verbale;
  • dei capi d’istituto poco coinvolti nell’andamento della scuola;
  • delle situazioni famigliari complesse e di difficile gestione, data la precarietà (economica e soprattutto organizzativa, legata alla sede di assegnazione) del mestiere in fase iniziale;

Questi elementi, combinati diversamente con i profili psicologici e l’esperienza di vita di ognuno, possono portare ad un allontanamento valoriale e ad una pratica via via più anaffettiva e poco vissuta del ruolo di maestro o professore.

Osservando la qualità e la dedizione con cui certi aspetti del mestiere di insegnante vengono svolti si potrebbe, in linea teorica, ragionare su una sorta di prevedibilità della disaffezione rispetto al ruolo.

In altri termini, alcuni fattori potrebbero fungere da indicatori – e dunque consentire la costruzione di indici – della perdita di coinvolgimento rispetto alla missione di insegnante. Da questa, infatti, crediamo possa poi scaturire l’eventuale scelta di lasciare un impiego faticosamente ottenuto.

Nel quotidiano dell’insegnante, i seguenti fattori risultano elementi chiave:

  • Il tipo ed il livello di aspettative che ogni docente mostra di avere nei confronti dei propri allievi. Più il livello è alto, più sarà elevata la qualità del lavoro richiesto, proposto ed ottenuto. Le sfide e le iniziative proposte agli alunni, infatti, saranno altamente motivanti e foriere di partecipazione attiva da parte di bambini e giovani.
  • La qualità e attualità della programmazione. Un insegnante efficace sa programmare. Predispone chiari obiettivi ad ogni lezione, oltre che all’interno del curricolum e della programmazione di lungo corso. Con entusiasmo e dedizione, l’insegnante vaglia l’avanzamento quotidiano e riprogramma il divenire, prendendo atto di progressi e difficoltà. Il legame tra un giorno ed il seguente è il filo conduttore del progredire e del ri – forgiare le mete.

-I metodi e le strategie sono vari e mai monotoni quando la classe è gestita da insegnanti entusiasti ed efficaci. Gli alunni, in tal modo, sono sempre impegnati e non hanno il tempo di annoiarsi o cadere nella routine che potrebbe far calare l’attenzione. L’interazione è perenne tra insegnanti ed allievi. Gli insegnanti pongono – e rispondono a – moltissime domande. Di pari, ricorrono a metodi di interrogazione eterogenei e flessibili (dai più classici e frontali ai più impliciti ed impercettibili).

-La gestione della disciplina ed il mantenimento dell’ordine. La strategia per tenere buona una classe è chiarissima nell’insegnante “in buona salute”. Chi ama il proprio mestiere ed intende continuare a farlo nel migliore dei modi investe molto sul mantenimento dell’ordine. La violenza va prevenuta. Le condotte inaccettabili sradicate. I confini del lecito vengono stabiliti fin dall’inizio. Con fermezza, chiarezza e trasparenza le regole sono comunicate agli alunni e finiscono con l’essere interiorizzate e “partecipate”. Questo consente una docenza scevra da incidenti e da perdite di tempo; da ansia, stress, esasperazione, tanto negli alunni che negli insegnanti. Solo a queste condizioni un vero avanzamento nel programma verrà assicurato.

-La capacità di gestione del tempo disponibile e delle altre risorse è la chiave del successo di un insegnante e, di conseguenza, dei suoi alunni. Una coerenza rispetto alla situazione riscontrata di giorno in giorno vede l’insegnante efficace rallentare e velocizzare le proprie spiegazioni in base all’andamento dei discenti. Ogni lezione inizia dal riepilogo di quelle precedenti e finisce con un’apertura sulla successiva, non senza passare da una sintesi dell’argomento del giorno appena illustrato. Insegnanti efficaci riescono, in tal modo, a tener elevato il livello di attenzione dell’uditorio, con risultati che sorprendono. Alunni performanti ed insegnanti soddisfatti.

-Il momento della valutazione  sarà affrontato serenamente da insegnanti ed alunni, se i primi avranno ben impostato il processo e trasmesso i fini che lo sottendono. La valutazione non avviene solo occasionalmente, se l’insegnante è ben coinvolto nella propria attività quotidiana. L’insegnante attento riesce a formulare un giudizio sulle conoscenze e le difficoltà di un alunno anche solo dialogando con questi. Domande, compiti scritti, competizioni, gare a tempo e soprattutto un’osservazione discreta, un’annotazione attenta degli interventi spontanei saranno la prova di un lavoro docente improntato a sensibilità, motivazione intensa e serietà.

Accade che uno di questi punti inizi, per così dire, a fare difetto. Succede poi che anche gli altri aspetti prendano a non funzionare più come si deve. La disarmonia che si genera nell’insegnante, nel suo lavoro, nella classe, può essere foriera di insuccessi e problemi percepiti come irrisolvibili. Può capitare, a questo punto, che un’insegnante decida di effettuare un’attenta riflessione, prendere una pausa, cambiare addirittura strada, piuttosto che persistere in un ruolo e in una situazione che pesano e non sono ben gestiti. In questa circostanza succede allora che la possibilità di dimettersi venga seriamente considerata e divenga realtà.

Sei anche tu un’insegnante dimissionario? Vuoi cambiare lavoro? Intendi lasciare l’insegnamento e dedicarti alle lezioni private? Vorresti diventare insegnante di yoga?

Come funziona la richiesta di dimissioni dall’insegnamento?

Se stai leggendo questo articolo con interesse, probabilmente fai parte di coloro che hanno scelto di cambiare vita: lascerai la scuola per intraprendere nuove avventure.

Cosa significa e cosa comporta, precisamente, rassegnare le dimissioni? Per semplificare il discorso abbiamo fatto ricorso alla definizione proposta da Wikilabour. Essa recita:

“Le dimissioni sono l’atto con cui un lavoratore dipendente recede unilateralmente dal contratto che lo vincola al datore di lavoro. Secondo la legge, le dimissioni si configurano come una facoltà del lavoratore. Questa facoltà può essere esercitata senza alcun limite, con il solo rispetto dell’obbligo di dare il preavviso previsto dai contratti collettivi. In caso di grave inadempimento da parte del datore di lavoro, tale da non consentire la prosecuzione, nemmeno provvisoria, del rapporto di lavoro, l’obbligo di preavviso viene meno e il lavoratore ha diritto di recedere immediatamente (c.d. dimissioni per giusta causa).”

Noterai che non si parla di abbandono del posto di lavoro o di licenziamento, ma della rottura volontaria di un contratto e, ad eccezione del caso di dimissioni per giusta causa, di un periodo di preavviso.

Passiamo allora al procedimento necessario per rassegnare le dimissioni. Col Jobs Act del 2016 è sorta un po’ di confusione in merito alla procedura di dimissioni per i dipendenti pubblici, ma nel corso dei mesi il Ministero del Lavoro e Delle Politiche Sociali ha chiarito: diversamente dalle dimissioni nel settore privato, ai lavoratori della Pubblica Amministrazione non si applica la nuova procedura di dimissioni online.

Questo perché, a detta del Ministero in questione, la procedura online serve ad arginare il fenomeno delle dimissioni in bianco, purtroppo frequenti nel settore privato, ma quasi assenti nel settore pubblico.

Cosa vuol dire dimettersi? Quali sono le differenze tra dimissioni classiche e dimissioni per giusta causa? “Mi vedete ragazzi? Bene, tra poco non mi vedrete più!”

Allora cosa deve fare un dipendente pubblico, come un insegnante, a lasciare il proprio mestiere, diventando, magari, insegnante di sostegno in inglese, anche privatamente?

La procedura per rassegnare le dimissioni dall’insegnamento

Prima di correre a buttarti nell’iter delle dimissioni, devi conoscere le procedure da seguire. Come abbiamo detto, uno degli errori che potresti commettere è di pensare che la pratica si svolga on line, come nel caso dei lavoratori del settore privato. Cosa devi fare, invece, tu da dipendente pubblico?

Innanzitutto puoi iniziare la procedura di dimissioni in qualsiasi momento dell’anno accademico. Sappi, tuttavia, che queste inizieranno a decorrere solo dal 1° settembre dell’anno successivo. Fino a quel momento, il rapporto di lavoro rimarrà attivo in tutte le sue mansioni e quindi dovrai continuare a prestare regolare servizio.

La prima tappa delle dimissioni è quella del preavviso: questo punto è fondamentale e non va sottovalutato, visti i costi che comporta una sua mancata applicazione. Se vuoi recedere dal tuo rapporto di lavoro, devi infatti rispettare i termini di preavviso per inoltrare la tua richiesta. Normalmente, la tempistica prevista per l’inoltro è la seguente:

  • 30 giorni per l’anzianità di servizio pari o inferiore a 5 anni;
  • 45 giorni per l’anzianità di servizio compresa tra i 5 e i 10 anni;
  • 60 giorni per l’anzianità di servizio superiore a 10 anni.

Nel caso del mancato rispetto di questi termini, sappi che dovrai corrispondere alla Pubblica Amministrazione una spiacevole indennità per mancato preavviso. L’importo dell’indennità corrisponde allo stipendio che ti sarebbe spettato per il periodo di preavviso non lavorato. Sarebbe opportuno presentare la domanda di dimissioni il giorno 1 o il giorno 16 del mese per poter stabilire la tempistica corretta in termini di preavviso.

Ricordati che nel preavviso non saranno conteggiati i tuoi giorni di assenza per malattia, infortunio, ferie e maternità.

Come si inoltra la richiesta di dimissioni? L’inoltro avviene naturalmente in forma scritta, tramite raccomandata con ricevuta di ritorno. La consegna diretta presso l’ufficio preposto della sede dell’amministrazione di appartenenza è ugualmente possibile.

Sappi, ancora, che le tue dimissioni volontarie si perfezioneranno con l’accettazione da parte dell’amministrazione. Attenzione, però, perché a questo punto i giochi sono fatti. Non puoi più revocare le tue dimissioni dopo questa fase, anche se non hai ancora avuto una comunicazione formale dell’accettazione.

Non verranno conteggiati tra i giorni di preavviso delle dimissioni le assenze del lavoratore per malattia, infortunio, ferie, maternità. In questi casi, il periodo di preavviso di dimissioni riparte dal giorno in cui il dipendente rientra al lavoro, cessando la causa di assenza.

Nel dare le dimissioni conviene tenere conto del periodo di preavviso per evitare di ritrovarsi a pagare delle indennità alla Pubblica Amministrazione! Studia bene le conseguenze delle tue eventuali dimissioni!

Il procedimento descritto non vale per le cosiddette dimissioni per giusta causa. Per queste, infatti, non devi dare alcun preavviso, perché sono motivate dall’impossibilità, anche temporanea, di proseguire il tuo lavoro per via dell’incrinazione definitiva del rapporto di lavoro. Di quali casi stiamo parlando? Pensa all’eventualità di mancata retribuzione, mobbing, peggioramento delle condizioni di lavoro, molestie sessuali, spostamento immotivato della sede di lavoro, comportamento ingiurioso dei superiori.

Cosa succede in caso di ripensamento?

Può succedere, per quanto strano possa sembrare, che un ex insegnante si penta delle sue dimissioni dopo mesi o anni. Ti chiedi allora se è possibile reinserirsi nella professione pubblica? La risposta è: si può fare. Tuttavia, per la richiesta di riammissione dovranno essere seguite specifiche procedure.

Prima di tutto, devi presentare la domanda di riammissione all’Ufficio Scolastico Regionale di competenza entro il 15 gennaio di ogni anno. Dopo questo primo passo toccherà all’ultima scuola presso la quale è stato prestato servizio esprimere un parere sull’insegnante dimissionario. Giunti questo punto, l’Ufficio Scolastico valuterà la compatibilità della domanda di riammissione e verificherà se – e dove – siano disponibili delle cattedre. Dopo quest’ulteriore fase verrà comunicata l’eventuale disponibilità di un posto. L’interessato potrà a questo punto essere riassunto, a partire dall’inizio dell’anno scolastico successivo.

Naturalmente, tieni presente che la riammissione dipende anche dalla disponibilità, o meno, di cattedre. Il richiedente la riammissione in ruolo dovrà allora essere a questo punto disposto a ricominciare la carriera presso una scuola diversa dall’ultima in cui aveva lavorato. Poco male, a fronte di un ripensamento, dopo una decisione probabilmente affrettata e mal ponderata…

Puoi ricevere un’indennità dopo le dimissioni?

In Italia le dimissioni volontarie non danno diritto all’indennità di disoccupazione NASpI, prevista dalla normativa attuale per i dipendenti pubblici. È però possibile accedere a questo tipo di sussidio se le dimissioni sono involontarie o per giusta causa. Questo perché, secondo il legislatore, lo stato di disoccupazione è, relativamente al caso, indipendente dall’effettiva volontà del dimissionario.

Inoltre, nella Pubblica Amministrazione ha diritto alla NASpi solo chi ha un contratto a tempo determinato.

Trattandosi di una prestazione a domanda, per ottenere l’indennità dovrà essere seguita una procedura ben precisa.

Si dovrà presentare la domanda all’INPS per via telematica, inserendo il proprio PIN nel portale dell’istituto. Altrimenti è possibile rivolgersi al Contact Center integrato INPS-INAIL (numero 803164 gratuito da rete fissa, numero 06164164 da rete mobile) o agli Enti di Patronato.

In base ad ogni caso specifico, le tempistiche per la presentazione della domanda potranno differire. Sul sito dell’INPS sono naturalmente disponibili tutte le informazioni relative ad ogni specifica situazione. Di solito, se non sussistono maternità, infortuni professionali e altri casi specifici, il termine è quello dei 68 giorni a partire dalla cessazione dell’ultimo rapporto di lavoro.

Anche il periodo di decorrenza, naturalmente, può variare. Se la domanda viene presentata entro e non oltre gli 8 giorni successivi alla data di cessazione del rapporto di lavoro, l’indennità inizierà a decorrere dall’ottavo giorno; se la presentazione avviene al di là della data degli otto giorni, invece, l’indennità inizierà a decorrere dal giorno successivo a quello di presentazione della domanda.

L'indennità è prevista solo in caso di dimissioni involontarie. Se è il tuo caso, fatti due conti su quanto ti spetta! Vuoi sapere quanta indennità ti spetta? Preparati a far di conto!

Per quanto riguarda la durata, sappi che è possibile beneficiare dell’indennità a cadenza mensile per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi quattro anni. Per farti un’idea, ti consigliamo di munirti da principio di una calcolatrice e di passare in rassegna, con attenzione, la cartella con tutti i tuoi documenti di lavoro necessari a ricostruire la tua vita professionale. Nel calcolo, ricorda bene, non dovrai dimenticare di tenere in conto il numero di mesi lavorati, l’ammontare esatto dello stipendio lordo mensile, il numero di settimane effettive di lavoro.

Le dimissioni dall’insegnamento costituiscono una scelta importante, e spesso più che lecita. Si tratta infatti di una scelta che, ovviamente, potrebbe anche avere dei risvolti inaspettatamente positivi sulla vita privata, famigliare e professionale. Nuove vie verso il successo, la carriera e l’autorealizzazione potrebbero in effetti spalancarsi improvvisamente.

Tuttavia, è bene tener sempre presente che conviene comunque effettuare una riflessione sincera ed accurata, prima di lanciarsi in un simile percorso. Uno scambio di opinioni con colleghi, conoscenti, amici ed anche una serie di incontri con professionisti, sindacalisti e psicologi potrebbero risultare chiarificatori. A volte, un malessere passeggero potrebbe spingere a lanciarsi in iniziative avventate. In altri casi, il coraggio potrà essere prontamente premiato con una nuova, inattesa felicità.

La scelta di abbandonare un posto sicuro come quello dell’insegnante dev’essere presa con consapevolezza. Certo, non si tratta necessariamente di una strada senza ritorno. Tuttavia converrà pianificare il più possibile il proprio da fare, la propria esistenza, prima ancora di compilare i moduli per le dimissioni. Un progetto di futura attività potrà essere messo nero su bianco prima ancora che la decisione definitiva venga presa. Dei consulenti del lavoro e degli esperti in creazione d’impresa potranno essere illuminanti, in tal senso, prima che un passo troppo lungo rispetto alla gamba venga mosso.

Potresti progettare, ad esempio, di dedicarti alle lezioni private! Oppure cambiare settore e diventare personal trainer o, settore in grandissima espansione, diventare life coach!

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Da quel che ho capito, le dimissioni possono essere date anche durante l’anno scolastico, ma diventeranno effettive solo a partire dal primo settembre dell’anno successivo, inoltre bisogna rispettare i termini di preavviso a seconda dell’anzianità di servizio, ciò non mi é chiaro. Ad esempio se io dessi le dimissioni prima dell’inizio dell’ anno scolastico, una volta scaduti i sessanta giorni di preavviso dovuti, lo dovrei comunque terminare rimanendo comunque in servizio?
Grazie Stefania