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Emilio
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Nel corso del XVIII e del XIX secolo, moltissimi uomini di cultura di tutta Europa erano soliti fare dei tour, alla scoperta del Vecchio Continente, delle sue città, delle architetture dono delle civiltà passate, dei lasciti artistici, storici, culturali degli uomini vissuti decenni e secoli prima di loro.
Certo, non esisteva internet; le università erano sviluppate, ma non quanto oggi; i libri erano diffusi, ma solo quelli più noti: l’unico modo per scoprire, imparare, impregnarsi della Cultura con la C maiuscola era quello di viaggiare.
I viaggi non erano alla portata di tutti e costringevano ad affrontare spese importanti; anche perché, se i mezzi di trasporto non erano eccessivamente onerosi, resta il fatto che questi viaggi non duravano mesi, bensì anni!
Diciamo che il minimo sindacale di un’escursione era di un paio d’anni; chi poteva o voleva, poi, poteva allungare il percorso, fermarsi un po’ più a lungo in una città o in una regione,…
Tra le città teatro di queste visite prolungate, vi era pure la piccola Livorno. Vuoi per la sua collocazione geografica, grosso modo a metà tra Genova e Roma e non molto distante dall’illuminata Firenze, vuoi per la sua posizione strategicamente rilevante per i trasporti via mare, vuoi per la sua storia di porto commerciale e turistico, vuoi per l’importanza acquisita dai suoi stabilimenti balneari a partire già dal XIX secolo, Livorno è diventata sede di una folta comunità inglese, attiva economicamente e impegnata culturalmente.
Già nel Seicento, Livorno rappresentava, per gli inglesi, la principale base commerciale del Mediterraneo occidentale; era anche il punto di riferimento per la marina militare inglese: qui, facevano scalo e si rifornivano le navi che facevano da scorta armata alle navi mercantili o quelle che partivano a caccia dei pirati che nel corso del XVII secolo impestavano i nostri mari.
Questi decenni sono stati l’occasione per centinaia di inglesi per prendere stabile dimora a Livorno: alla metà del 1700, la British factory era la seconda comunità straniera livornese, dopo quella ebraica; Camera di Commercio del Consolato, gruppo religioso di fede protestante, società di mutua assistenza,… l’impatto degli inglesi sull’economia della piccola cittadina toscana era notevole, all’epoca.
Nel corso dei decenni, questa presenza si è mantenuta tutto sommato stabile, al punto che per diverso tempo la quota di inglesi a Livorno è stata superiore alla quota di cittadini britannici in città molto più popolose, come Napoli e Genova.
I mercanti più ricchi abitavano in ville lussuose, come Villa Gower e Villa Henderson e la presenza in città era talmente importante che nel corso dell’Ottocento, a Livorno, si potevano contare ben due cimiteri inglesi e una chiesa anglicana. Anche il secolo successivo deve molto al pregio di Livorno, se è vero che Winston Churchill, nelle sue memorie, cita la città e esprime il desiderio di visitarla, in virtù della rilevanza di Livorno “per la nostra marina” (cit. dalle “Memorie” dello statista britannico).
Anche oggi, senza più il pericolo di pirati e senza guerre in corso (almeno in Europa), le navi inglesi attraccano al porto di Livorno: proprio come la Queen Mary 2, uno tra i transatlantici più grandi al mondo, che ha fatto della città toscana uno dei suoi scali abituali.
Nei primi due decenni del XXI secolo, la comunità inglese di Livorno si è sensibilmente ridotta: oggi si contano 140 inglesi che vi vivono stabilmente, perfettamente inseriti nel contesto sociale ed economico della città.
Come dicevamo in precedenza, nei secoli d’oro dei grands tours europei, Livorno ha visto transitare e dimorare a lungo diversi autori britannici, tra cui il politico e poeta George Gordon Byron (meglio noto come Lord Byron) e Percy Bysshe Shelley, entrambi (assieme a John Keats) principali rappresentanti del Romanticismo inglese.
Byron (1708 – 1824) visse diversi mesi (tra il 1821 e il 1822) a Villa Dupouy, a Montenero, nei pressi del capoluogo toscano. Qui, trovò l’ispirazione per iniziare la pubblicazione del periodico Liberal, per il quale, da Livorno, scrisse: The Vision of Judgement e Heaven and Earth – A Mistery.
Se Byron si trovò a vivere a Livorno solo a seguito di peripezie (dovette scappare dalla polizia pisana, che lo cercava a causa di una rissa), il celebre poeta romantico Shelley (1792 – 1822) scelse di abitare nella cittadina toscana dopo un passaggio a Napoli e a Pisa.
A Livorno, a dire il vero, si trovò a passare per ben tre volte, sempre in compagnia della moglie Mary Wollstonecraft Godwin, con la quale aveva intrapreso il grand tour nel nostro Paese.
Il nome di Shelley è legato principalmente ai poemi narrativi Prometeo liberato e Adonais, anche se non si possono di certo disdegnare altre opere, quali Ozymandias, Ode al vento occidentale, A un’allodola e La maschera dell’anarchia. La moglie, Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft Godwin, è nota per essere l’autrice di Frankestein.
Ma cosa spingeva tutti questi inglesi a prendere casa a Livorno? Come diceva una carissima amica di Lord Byron, la contessa di Blessington, le comunicazioni marittime frequentissime e periodiche tra Livorno e l’Inghilterra consentivano ai britannici residenti nella città toscana di avere a disposizione tutta una serie di generi di conforto, direttamente provenienti dalla madre patria. Se possiamo immaginare che nelle grandi casse di legno in partenza dai porti del sud dell’Inghilterra venissero stipati kg e kg di the, sappiamo per certo, grazie alla contessa stessa, che Byron e i Shelley e tanti altri intellettuali inglesi dell’epoca si facevano inviare anche tanti libri (materia prima, per un lavoratore dell’intelletto).
Non dobbiamo poi dimenticare la questione climatica: il meteo della Toscana è di per sé un invito a visitare la regione; se, inoltre, lo paragoniamo a quello dell’Inghilterra, mettendo a confronto giorni di sole, millimetri di pioggia medi mensili, assenza o presenza di nebbia, balneabilità del mare, possibilità gastronomiche, … la scelta per i poeti e gli scrittori romantici non doveva essere per niente difficile.
Nonostante questo, sembra che Percy Bysshe Shelley e la moglie non abbiano avuto una buona prima impressione di Livorno, il giorno in cui vi sbarcarono per la prima volta (era il 10 maggio 1818).
Probabilmente, infatti, i coniugi cercavano un luogo tranquillo in cui scrivere nella quiete e nella solitudine, ma Livorno, già all’epoca, era un porto dalla fiorente attività e, quindi, altrettanto chiassoso. Ma il fascino della cittadina toscana era tale che Percy e Mary decisero di rimanere: trascorsero il primo anno all’albergo Aquila Nera, lungo gli scali d’Azeglio, per trasferirsi, nel giugno del 1819, a Villa Valsovano, nell’attuale via del Fagiano.
Qui, Percy Bysshe Shelley trovò la situazione ideale per la sua ispirazione poetica e letteraria: da un lato gli Appennini, dall’altro le isole Gorgona, Capraia, Elba e, nelle giornate più limpide, Corsica. Non a caso, a Villa Valsovano, Shelley compose la tragedia “The Cenci” e trasse l’ispirazione per l’ode “To a Skylark”.
Negli anni successivi, Shelley si allontanò da Livorno, ma vi fece ritorno più volte. In particolare, nel 1822, si imbarcò da qui per un’escursione, durante la quale scrisse il poema The Triumph of Life. Fu, però, la sua ultima fatica: l’imbarcazione dovette fronteggiare un’improvvisa tempesta, venne travolta e il poeta affogò. Il suo corpo e il manoscritto vennero ritrovati una decina di giorni dopo sulla spiaggia di Viareggio.
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