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Emilio
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Il cervello dei bambini è come una spugna: assorbe con estrema facilità tutti gli input che gli vengono sottoposti e risponde elasticamente e prontamente a tutte le sollecitazioni che riceve. Per questo motivo, insegnare l’inglese ad un bambino è molto più semplice che ad un adulto; e, per questo motivo, un bambino imparerà la lingua straniera più rapidamente e più efficacemente che un adulto.
Non è tutto: l’età di studio di una lingua influisce anche sul modo in cui questa lingua verrà poi parlata. I neuro - scienziati e i pedagoghi che si occupano di studiare la relazione tra age of acquisition, da una parte, e proficiency e code switching, dall’altra, sono arrivati a delle conclusioni stupefacenti. Più presto si inizia a parlare inglese (age of acquisition) e maggiori saranno il livello di competenza raggiunto e il controllo che il soggetto avrà di questa lingua. Se sul concetto di competenza non vi sono dubbi, per controllo è bene chiarire che si intende la capacità di passare dalla lingua materna (l’italiano, nel nostro caso) alla lingua straniera (l’inglese) in una interazione con una o più persone.
Se ponessimo in relazione su una scala le diverse età a cui si è iniziato a studiare l’inglese e la conoscenza raggiunta nella lingua straniera in questione, ad un estremo avremmo una persona anziana o comunque non più giovane e all’altro estremo il bambino bilingue, ovvero colui che sin dalla nascita vive in un contesto plurilingue (il bambino con genitori italiani che vive a Londra, quello con genitori inglesi che vive a Roma, quello con genitori misti, che parlano ognuno la propria lingua,…).
Questo avviene perché il modo in cui il cervello processa le informazioni linguistiche muta sensibilmente da un’età all’altra. Se nei primi mesi e nei primi anni di vita è il lobo temporale ad essere coinvolto, nell’età giovane, adulta o anziana ciò che lavora (sullo studio dell’inglese) è il lobo frontale. Le differenze sono notevoli: nel primo caso, viene stimolata la parte uditiva del cervello e le elaborazioni degli input sono sensoriali; nel secondo caso, il lavoro compiuto dal cervello è più razionale.
Insomma, chi studia l’inglese da piccolo o piccolissimo farà completamente sua la lingua e, quando l’utilizzerà o quando passerà dall’una all’altra, non avrà bisogno di riflettere (quale tempo verbale? Quale forma del periodo? Quali termini impiegare? …), ma lo farà in modo istintivo, proprio come ognuno di noi fa con la propria lingua materna.
Più anni passano prima che il soggetto inizi a studiare la lingua inglese e più questo potenziale affascinante si disperde, si assottiglia; più tempo trascorre e più l’utilizzo della lingua straniera sarà razionale, quindi meno spontaneo, più complesso e lento.
Studi recenti hanno mostrato come affrontare correttamente un’educazione bilingue del proprio figlio. Prendiamo il caso di un bambino con due genitori, uno di madrelingua inglese e l’altro di madrelingua italiana.
Si potrebbe pensare che sia indifferente l’ordine con cui iniziare a parlare l’una e l’altra lingua di fronte al bambino. Anzi, si crede che comunicare alternando italiano e inglese sia un metodo efficace per trasmettere entrambi gli idiomi; l’importante è che ogni genitore parli la propria lingua, in modo da non trasmettere forme o accenti poco precisi al bambino, il quale li assorbirebbe immediatamente.
In realtà, l’osservazione portata su dei bambini cresciuti in famiglie perfettamente bilingue e degli specifici studi di psicologia e pedagogia hanno provato che la strategia corretta da seguire non è questa.
La lingua con cui si dovrà sollecitare maggiormente il bambino, almeno fino all’età di 4 o 5 anni, dipende dalla lingua ufficiale del Paese in cui ci si trovi a vivere! Se la famiglia in questione vive a Londra, in casa il bambino dovrà interagire (e si dovrà interagire con lui) in italiano; viceversa, se la famiglia vive a Roma, le interazioni avranno luogo in inglese.
Ma perché è necessario dare la priorità alla lingua che potremmo definire secondaria (ovvero quella non parlata nel Paese di residenza)? La ragione è, almeno in parte, la stessa vista in precedenza.
Il bambino della famiglia bilingue inglese – italiano che viva a Roma, in casa, parlerà per i primi quattro cinque anni di vita inglese, assimilando in modo istintivo le specificità di questa lingua. Nel momento in cui accederà alla scuola dell’obbligo, il suo cervello sarà ancora sufficientemente giovane per apprendere in modo istintivo la lingua italiana; inoltre, fuori dalla porta di casa, tutto il mondo che lo circonda lo ricoprirà di stimoli e input in italiano: amici, compagni di scuola e compagni di giochi; interazioni con gli insegnanti e con qualsiasi altra persona per strada; cartelloni pubblicitari, messaggi televisivi e radiofonici, … Tutto attorno a lui parlerà italiano ed egli non avrà, dunque, alcuna difficoltà a recuperare il ritardo dovuto all’assimilazione dell’inglese durante il periodo di vita precedente.
Anche nell’eventualità dovesse smettere di parlare inglese (possibilità particolarmente improbabile, dato che uno dei due genitori è comunque anglofono), tutto quello che ha imparato resterebbe sopito dentro di lui, per emergere in modo immediato e quasi inconsapevole alla prima necessità.
Se i genitori del nostro esempio parlassero al figlio in entrambe le lingue, egli imparerebbe inglese e italiano, ma in modo meno preciso. E questo andrebbe a discapito della lingua secondaria, l’inglese, per la quale non vi sono a Roma sufficienti input da stimolare un apprendimento totale della lingua.
Per riassumere, possiamo dire che quanto prima i bambini italiani iniziano a studiare la lingua inglese, tanto meglio è; e questo in virtù di quanto acquisirà in termini di competenza (proficiency) e di controllo (ovvero la capacità di passare dall’italiano all’inglese e viceversa - code switching) all’interno di una stessa comunicazione o tra una comunicazione e l’altra. Questo non significa che passati i 10 anni sia inutile aprire una grammatica di inglese: anche un over 80 può raggiungere ottimi livelli di inglese, pur iniziando da zero. Semplicemente, lo sforzo che dovrà mettere nello studiare e nel parlare l’inglese sarà molto più importante, rispetto allo sforzo che dovrà fare chi ha imparato prima dei sette – otto anni.
Kate
Insegnante d'inglese
Kate è proprio una super prof!!Riesce a metterti a tuo agio in ogni esercizio ed è un piacere fare lezione con lei
Silvia, 2 giorni fa
Simone
Insegnante d'inglese
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Manuela, 2 giorni fa
Manon
Insegnante d'inglese
Ho contattato Manon per riprendere il mio Inglese per motivazioni lavorative, erano diversi anni che avevo abbandonato questa lingua e non avevo avuto la possibilità di praticarla. Nonostante ciò mi ha subito messo a mio agio, è un’insegnante...
Alessandro, 4 giorni fa
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Lorenzo, 4 giorni fa
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Cosimo, 4 giorni fa
Mia
Insegnante d'inglese
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Massimo, 5 giorni fa