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Emilio
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Certo, i nostri nonni e i nostri bisnonni hanno vissuto benissimo senza conoscere una parola di inglese e quando sono arrivati gli americani alla fine della Seconda Guerra mondiale si sono capiti … Scherzi a parte, oggi, è difficile fare a meno di conoscere la lingua di Shakespeare e dei reali d’Inghilterra e orientarsi in questo mondo, sempre più complesso, più interconnesso e in cui tutti noi ci muoviamo sempre di più.
Se, infatti, i succitati nonni non sapevano dire (nella maggior parte dei casi) nemmeno good morning e thank you, era sia perché a scuola l’inglese non faceva parte delle materie curriculari, sia perché i media (giornali e radio) di allora non facevano ricorso a nessun inglesismo, sia perché, infine, parlare inglese non serviva. Gli spostamenti erano limitati all’interno del paesino, della cittadina o dei principali centri dei dintorni. Nessuno, o quasi nessuno, si spostava all’estero e, esclusi gli operatori turistici (il personale degli hotel, ad esempio), pochissimi erano coloro che avevano l’occasione di parlare con degli stranieri.
Ma, lo sappiamo benissimo, le cose sono cambiate. È sorta l’Europa unita, le persone e le merci hanno iniziato a viaggiare (e la Brexit cambierà ben poco a questo); si sono sviluppate reti viarie e ferroviarie, che, assieme alle linee aeree, hanno accorciato le distanze: gli italiani hanno iniziato ad andare all’estero e gli stranieri hanno iniziato a venire nel nostro Paese, con una frequenza e un’intensità crescenti. La comparsa di viaggi low cost ha incrementato ulteriormente il fenomeno.
Ovviamente, gli incontri fisici non sono la sola occasione per sfoggiare un inglese decente o buono. Non si tratta più, oggi, di dare solo indicazioni ai turisti che arrivano nelle nostre città o di chiederle a nostra volta, una volta atterrati in qualche capitale europea. Oggi, l’inglese è ovunque: nei film in lingua originale sulle piattaforme televisive, nelle interviste alla radio e soprattutto online: basti pensare che la stragrande maggioranza dei documenti scritti e dei video e degli audio postati sul web è disponibile solo in lingua inglese.
Chi faccia una qualsiasi ricerca – dalla recensione di un accessorio per lo sport all’informazione su di un farmaco o di una patologia, dalla descrizione di un’opera d’arte alla guida turistica di una città – troverà prevalentemente materiale in inglese, soprattutto se lo scopo della ricerca è quello di approfondire il tema e di ottenere informazioni dettagliate e non superficiali, per poter confrontare tra loro pareri opposti.
Ecco allora che una conoscenza, almeno base, dell’inglese si rende sempre più necessaria. Chi stia frequentando ora la scuola dell’obbligo, non dovrebbe (in linea teorica) avere difficoltà, dato che la lingua inglese è oggi insegnata sin dalla scuola dell’infanzia. I primi giochi in lingua e le prime frasi, quelli che fino alla metà degli anni Novanta e oltre, si iniziavano ad imparare alle scuole medie, i bambini di oggi iniziano a sperimentarli a tre, quattro e cinque anni. Durante la scuola primaria e la secondaria, poi, il livello di approfondimento della lingua cresce e, con tutte le difficoltà che lo studio di un idioma straniero può comportare, la conoscenza dell’inglese aumenta (o dovrebbe aumentare) con il passare da una classe all’altra. Alle scuole medie e alle scuole superiori, allo studio dell’inglese si aggiunge quello di una seconda (a volte anche di una terza) lingua straniera (francese, tedesco, spagnolo, a volte cinese), ma mai l’inglese è abbandonato.
Insomma, come già nel Nord Europa da decenni, anche in Italia lo studio delle lingue straniere è entrato nel percorso scolastico sin dalla più tenera età, quando, cioè, i cervelli dei discenti sono delle spugne, in grado di assorbire tutte le informazioni che vengono loro date.
Questo, allo stato attuale delle cose, ci mette di fronte a due ordini di problemi: la formazione della classe insegnante e la situazione di tutti coloro che sono ampiamente usciti dal sistema scolastico, senza aver appreso doverosamente la lingua inglese.
Relativamente al primo aspetto, il discorso non è semplice da affrontare (né, tantomeno da risolvere). I rimaneggiamenti che, in anni successivi, hanno modificato la struttura e l’organizzazione delle scuole dell’obbligo, non sono stati accompagnati da un conseguente aggiornamento del corpo docente. L’insegnamento di una lingua straniera richiede la presenza di una persona titolata: laureata o con dottorato in lingue straniere e formazione pedagogica adeguata (una cosa è insegnare ad un pubblico di adulti, un’altra avere di fronte dei bambini nella fascia d’età 3 – 11 anni!), possibilmente con una lunga esperienza all’estero (per correggere la pronuncia scolastica italiana) oppure, ancora meglio, un insegnante madrelingua (sempre con il corretto approccio pedagogico e metodologico, ovvio).
Le direttive ministeriali, invece, non obbligano i dirigenti scolastici a dotarsi di insegnanti qualificati, ma consentono loro di lavorare con il materiale umano disponibile. Questo significa, a seconda delle possibilità e delle necessità, prendere una maestra, tra quelle a disposizione (potrebbe essere quella di storia e geografia o quella di educazione motoria!) e farle insegnare inglese. Ora, può essere che la prescelta o il prescelto abbiano un’ottima conoscenza della lingua inglese, che abbiano trascorso 12 – 18 mesi a Londra, tra la laurea e la prima supplenza nella scuola del paese, e che abbiano anche un certo savoir faire con i bambini. Ma può essere, invece, che la loro conoscenza della lingua di Boris Johnson sia limitata al programma della scuola primaria o poco più.
Tutto sta, come spesso accade, nella fortuna: la fortuna di ritrovarsi con una brava maestra di inglese, con un maestro che abbia completato i suoi studi all’estero e che, anziché restare nella City a lavorare per un’agenzia di rating, abbia sentito il richiamo del Ministero dell’istruzione e abbia superato il concorso per l’insegnamento.
E in tutti gli altri casi? Urge correre ai ripari, non c’è dubbio! Proprio per questo motivo, in ogni classe delle elementari, da nord a sud del Paese Italia, una buona metà dei genitori decide di iscrivere il proprio figlio alla Morgan School, alla Cambridge School, al British Council, o all’Education First o, in alternativa, a lezioni private presso un professore madrelingua che abiti in prossimità
Resta da vedere il secondo aspetto, quello di chi ha frequentato la scuola negli anni in cui lo studio della lingua straniera era imposto solo alle scuole medie e, al massimo, al primo biennio delle scuole superiori. Se costoro hanno studiato inglese, ma non lo hanno più praticato una volta fuori dal sistema scolastico, o se la loro lingua straniera era il francese o il tedesco, si ritrovano oggi (quasi) senza alcuna conoscenza della lingua di Londra e New York.
Perché dovrebbero perdere tempo a studiare inglese, potrebbe dire qualcuno. Se non lo hanno usato fino ad ora, significa che il lavoro che svolgono (a meno che non siano in pensione) non lo richiede, quindi…
Ritorna l’attualità di quanto detto all’inizio: l’inglese è oggi uno strumento fondamentale per viaggiare, dato che i mezzi di trasporto, anche quelli aerei, sono alla portata di tutti; l’inglese aiuta a navigare nel web, alla ricerca di informazioni di qualsiasi genere; la conoscenza dell’inglese, infine, è un arricchimento personale e culturale. Quindi, non c’è dubbio che l’inglese in Italia serva. Anche a livello principiante.
Come nel caso degli scolari delle scuole elementari e degli studenti delle scuole medie e superiori, anche nel caso dei ragazzi, degli adulti e dei meno giovani, il modo migliore per imparare l’inglese è quello di ricorrere ad un insegnante privato.
In particolar modo, imparare l’inglese in Italia da principiante richiede, a nostro avviso, un approccio personalizzato, che solo l’insegnante privato può offrire.
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Kate
Insegnante d'inglese
Kate è proprio una super prof!!Riesce a metterti a tuo agio in ogni esercizio ed è un piacere fare lezione con lei
Silvia, 2 giorni fa
Simone
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Manuela, 2 giorni fa
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Alessandro, 4 giorni fa
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Lorenzo, 4 giorni fa
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Cosimo, 4 giorni fa
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Massimo, 5 giorni fa