Riccardo - Insegnante di barman - Bologna
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Riccardo - Insegnante di barman - Bologna

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Riccardo

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Riccardo - Insegnante di barman - Bologna
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Mixologist con oltre 10 anni di esperienza offre lezioni su cocktail, bartending, tecniche di mixologia, ricette e bar business in italiano o inglese, adatte a tutti i livelli

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Super insegnante

Riccardo fa parte dei migliori insegnanti di Barman. Profilo certificato, ottimo diploma, rapida organizzazione della prima lezione, ottimi commenti dei suoi allievi!

Riguardo Riccardo

Sono Riccardo Grechi, mixologist, bar consultant, trainer e fondatore di The Double Strainer, una piattaforma dedicata a cocktail, mixology, bar training, menu development, tecniche di bar e cultura beverage.

Ho oltre 10 anni di esperienza nel mondo del bartending, della mixology, dello sviluppo menu, della formazione e della consulenza per bar. Ho lavorato in contesti hospitality internazionali, inclusi ambienti di servizio a cinque stelle, e ho sviluppato più di 40 cocktail menu per concept, venue ed esigenze operative diverse.

Attraverso The Double Strainer condivido articoli, risorse, guide pratiche e contenuti formativi pensati per aiutare bartender, appassionati e professionisti a lavorare con più metodo, tecnica e consapevolezza.

Il mio approccio alle lezioni è pratico e personalizzato. Non insegno solo ricette, ma il modo di ragionare dietro un drink: bilanciamento, tecnica, ingredienti, servizio, organizzazione, creatività e bar business.

Le lezioni possono essere in italiano o in inglese e sono adatte a principianti, home bartender, appassionati, bartender junior e professionisti che vogliono migliorare le proprie competenze e imparare a lavorare con un metodo più vicino a quello di un vero bartender.

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Riguardo la lezione

  • Tutti i livelli
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Le mie lezioni sono pratiche, personalizzate e costruite in base al tuo livello, ai tuoi obiettivi e al modo in cui vuoi usare la mixology: a casa, per passione, per iniziare a lavorare dietro un banco bar o per migliorare competenze già professionali.

Possiamo partire dalle basi del bartending, come strumenti, bicchieri, ghiaccio, tecniche di shake, stir, build e bilanciamento dei drink, oppure lavorare su argomenti più avanzati come ricette originali, cocktail classici, mocktail, preparazioni homemade, batching, servizio, organizzazione della postazione, menu, costing e bar business.

Il mio approccio non è solo teorico: ti insegno a ragionare come un vero bartender, capire perché una ricetta funziona, correggere gli errori, servire meglio e costruire drink più equilibrati. Le lezioni possono essere in italiano o in inglese e sono adatte a principianti, home bartender, appassionati, bartender junior e professionisti che vogliono migliorare metodo, tecnica e sicurezza.

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Questa prima lezione offerta con Riccardo vi permetterà di conoscervi e specificare chiaramente le vostre esigenze per le vostre prossime lezioni.

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  • Quando hai cominciato a seguire questa disciplina? E perché?

    Ho iniziato ad avvicinarmi seriamente al mondo del bartending più di dieci anni fa. All’inizio era curiosità: volevo capire perché alcuni drink funzionavano e altri no, perché un cocktail semplice poteva essere memorabile se costruito con tecnica, equilibrio e attenzione.

    Con il tempo ho capito che la mixology non riguarda solo il “fare da bere”. Riguarda l’ospitalità, la precisione, la conoscenza degli ingredienti, la capacità di leggere un ospite e trasformare una ricetta in un’esperienza. Questo mi ha portato a studiare, viaggiare, lavorare in diversi Paesi tra Europa e Sud Est Asiatico, aprire e gestire bar, creare menu, formare team e fondare The Double Strainer, una piattaforma dedicata a cocktail, tecniche e sistemi di bar.

    Oggi insegno questa disciplina perché credo che molte persone possano migliorare velocemente se ricevono spiegazioni chiare, pratiche e collegate al lavoro reale dietro un bancone.
  • Quali sono gli artisti o le opere che ti emozionano di più?

    Nel mio campo le “opere” che mi emozionano di più sono spesso i grandi classici: Martini, Daiquiri, Old Fashioned, Negroni, Manhattan. Sono drink apparentemente semplici, ma proprio per questo non perdonano errori. Se sbagli equilibrio, diluizione, temperatura o tecnica, il risultato cambia completamente.

    Mi emozionano anche i professionisti che riescono a unire eleganza e rigore tecnico. Amo il bartending quando non è solo spettacolo, ma precisione, controllo e comprensione profonda del gusto. Mi interessa molto anche la scuola giapponese del bar, per il rispetto del gesto, della pulizia, dell’attenzione al dettaglio e della disciplina.

    Allo stesso tempo mi ispirano i bar e i professionisti che riescono a creare menu con una forte identità, ma che restano pratici, sostenibili e realmente eseguibili durante il servizio. Per me un grande cocktail non deve solo essere bello o creativo: deve essere bilanciato, coerente, replicabile e adatto al contesto in cui viene servito.
  • Quali sono, secondo te, le qualità necessarie per riuscire in questo campo?

    La prima qualità è la disciplina. Il bartending può sembrare creativo e istintivo, ma dietro un buon cocktail ci sono metodo, ripetizione, pulizia, organizzazione e conoscenza tecnica.

    La seconda è la curiosità. Bisogna voler capire gli ingredienti, le tecniche, le ricette classiche, la storia dei drink, ma anche il perché delle cose: perché si shakera, perché si mescola, perché si diluisce, perché un acido o uno zucchero cambiano l’equilibrio di una ricetta.

    La terza è l’umiltà. In questo mestiere si impara sempre. Anche dopo anni di esperienza, un allievo, un collega o un errore durante il servizio possono insegnarti qualcosa.

    Infine serve senso dell’ospitalità. Un bravo bartender non è solo una persona che conosce tante ricette. È qualcuno che sa comunicare, ascoltare, mantenere calma e precisione anche sotto pressione, e far sentire l’ospite nel posto giusto.
  • Quale consiglio daresti ad un allievo per incoraggiarlo a fare progressi?

    Direi di non cercare subito la complessità. Molti vogliono partire da tecniche avanzate, ingredienti strani o cocktail molto scenografici, ma il vero progresso nasce dalle basi.

    Prima bisogna imparare a fare bene un Daiquiri, un Negroni, un Old Fashioned, un Martini. Bisogna capire bilanciamento, ghiaccio, diluizione, temperatura, ordine di preparazione, bicchiere, garnish e metodo. Quando queste basi diventano solide, la creatività diventa molto più naturale.

    Consiglio anche di prendere appunti. Scrivere cosa si è fatto, cosa ha funzionato e cosa no accelera tantissimo l’apprendimento. La mixology è fatta di prove, correzioni e piccoli miglioramenti continui.

    Il mio incoraggiamento è semplice: non serve talento “magico” per migliorare. Serve metodo. Se un allievo lavora con costanza, assaggia in modo critico e accetta di correggere gli errori, i progressi arrivano molto prima di quanto pensa.
  • Che cosa ti apporta questa passione? Ne hai delle altre?

    Questa passione mi dà una combinazione rara di creatività, precisione e contatto umano. Da una parte c’è la parte tecnica: ricette, ingredienti, costi, sistemi, procedure, formazione. Dall’altra c’è la parte emozionale: l’ospite, il racconto, il momento, la memoria che un drink può creare.
    Mi piace il fatto che un cocktail possa essere piccolo, ma contenere tante cose: cultura, territorio, tecnica, estetica, servizio e personalità.
    Ho anche altre passioni. La musica ha avuto un ruolo importante nella mia vita, soprattutto come batterista. Credo che ritmo, precisione e ascolto siano qualità che porto anche dietro il bancone. Mi piace anche scrivere: con The Double Strainer pubblico contenuti educativi su cocktail, tecniche, ingredienti e bar management. Per me insegnare, scrivere e creare drink fanno parte dello stesso percorso: trasformare esperienza pratica in qualcosa di chiaro, utile e condivisibile.
  • C'è una delle tue opere di cui sei particolarmente orgoglioso?

    Sono particolarmente orgoglioso di The Double Strainer. È nato come progetto personale, ma nel tempo è diventato una piattaforma dedicata a cocktail, tecniche, sistemi di bar, formazione e strumenti pratici per bartender, bar manager e appassionati seri.

    Sono orgoglioso anche dei menu che ho creato per bar, hotel e venue internazionali. Uno dei lavori più significativi è stato l’apertura di due venue all’interno di Hotel Indigo Bandung, dove ho sviluppato concept, menu, ricette, standard operativi e training per il team. In progetti di questo tipo non conta solo creare drink interessanti: conta costruire qualcosa che il team possa eseguire bene ogni giorno, anche durante un servizio intenso.

    A livello personale, mi rendono orgoglioso anche i momenti in cui un allievo passa da “non capisco perché questo cocktail non funziona” a “ora so esattamente cosa devo correggere”. Quando una persona acquisisce metodo e sicurezza, il mio lavoro ha davvero senso.
  • Ti è già capitato di sorprenderti per le capacità o per il talento di un allievo?

    Sì, e spesso non succede nel modo più ovvio. A volte l’allievo più interessante non è quello che parte sapendo già molte ricette, ma quello che ascolta bene, fa domande precise e applica subito le correzioni.

    Mi è capitato di vedere persone all’inizio insicure migliorare moltissimo appena capiscono la logica dietro una ricetta. Per esempio, quando comprendono il rapporto tra dolcezza, acidità, alcol, diluizione e temperatura, smettono di copiare meccanicamente e iniziano a ragionare da bartender.

    Questo è uno degli aspetti più belli dell’insegnamento: vedere il momento in cui l’allievo non sta più solo seguendo istruzioni, ma sta iniziando a pensare in modo autonomo. Per me quello è il vero talento: non solo fare bene un drink, ma capire perché funziona.
  • Essere un Superprof è una vera arte! Qual è il tuo segreto?

    Il mio segreto è rendere la materia chiara, pratica e personalizzata. Non insegno la mixology come una lista infinita di ricette da memorizzare. Preferisco costruire un percorso in cui l’allievo capisce le basi, poi impara a usarle in modo autonomo.

    Ogni lezione deve avere un risultato concreto: capire meglio una tecnica, correggere un errore, preparare un drink con più sicurezza, organizzare meglio il lavoro o sviluppare una ricetta con più logica.

    Credo molto in un approccio diretto ma costruttivo. Se qualcosa non funziona, lo dico chiaramente, ma spiego anche perché e come correggerlo. L’obiettivo non è impressionare l’allievo con parole complicate, ma farlo crescere davvero.

    Il mio lavoro unisce esperienza reale di bar, training professionale, menu development e comunicazione. Per questo cerco sempre di insegnare non solo “cosa fare”, ma come pensare meglio dietro ogni drink.
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