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Gli arabi a Catania: influenza culinaria e idraulica

Gli arabi che arrivarono in Sicilia circa dodici secoli fa provenivano da una regione che loro stessi chiamavano Ifriqiya, la stessa che noi, oggi, identifichiamo con una parte di Tunisia, una parte dell’Algeria occidentale e alcune ridotte porzioni della Cirenaica (Libia orientale).

Gli arabi e i Normanni a Catania

Dallo sbarco arabo a Mazara del Vallo, avvenuto nel trapanese nell’anno 827, sono serviti ben 73 anni ai Saraceni per arrivare a conquistare Catania (ancora di più servì per occupare la roccaforte di Rometta, nel messinese, che cadde solo nel 965, a qualche decennio oramai dall’arrivo dei Normanni).

La città di Catania beneficiò non poco della presenza araba: tra le altre cose, la costruzione di canali per sfruttare le risorse idriche e la diffusione di nuove colture, come gli aranci, ancora oggi simbolo della città e della regione tutta.

Sembra che i catanesi, dopo un primo impatto non troppo felice con le truppe di occupazione araba (le chiese bizantine vennero sostituite da moschee), si adattarono ai nuovi padroni della città, al punto che, l’arrivo dei Normanni non fu molto ben accolto. Il Gran Conte Ruggero d’Altavilla, nell’isola con il proprio esercito dal 1061, dovette scendere a patti con l’emiro di Siracusa Ibn ‘al Werd per entrare nella città dell’elefante una prima volta nel 1071 e dovette conquistarla una seconda volta con la forza, dieci anni dopo per fronteggiare le rivolte dei cittadini che avrebbero voluto tornare ad essere una provincia araba. E a ragione, dato che il dominio normanno nei due secoli successivi non sarebbe stato molto tollerante.

L’influsso arabo a Catania resiste

Normanni, Svevi, Aragonesi e Angioini nei secoli seguenti si dettero da fare per cancellare le tracce della dominazione araba in Sicilia, al punto che a Catania non resta praticamente più nulla.

Nulla, però, poterono fare per estirpare (non solo in senso metaforico) le colture che, grazie agli arabi, per parecchio tempo hanno fatto parte dell’economia locale (in alcuni casi, ne fanno ancora parte). Ci riferiamo, oltre ai succitati aranci, anche alla canna da zucchero, al riso (per parecchio tempo coltivato in Sicilia, come oggi lo è in Lombardia, Piemonte e Veneto), al gelsomino, al cotone, all’anice, al sesamo, alla cannella e allo zafferano.

I Normanni e i popoli che dopo di loro invasero e dominarono la Sicilia non poterono cancellare nemmeno le tracce oramai impresse nella cultura culinaria dell’isola, come i Cubbaita (nome che deriva dall’arabo Qubbayt), un torrone di miele, semi di sesamo e mandorle; i Nucatuli (Nagal), termine che identifica frutta secca, confettura e un dolce secco; la Cupita, un torrone estremamente duro, a base di nocciole, albume d’uovo, zucchero, miele e amido. Ma non solo: è grazie alla presenza araba a Catania e Palermo che oggi si possono gustare dolci profumati alla frutta, alla cannella e agli odori dei fiori e soprattutto le cassate e i sorbetti.

Allontanandoci per un momento da Catania, sempre grazie all’influsso arabo, possiamo mangiare le panelle, i ceci essiccati e il pane ca meuza (il pane con la milza): ma qui siamo a Palermo ed è tutta un’altra storia!

Le teste di turco

A poco più di un centinaio di km dalla città dell’elefante, ma rimanendo sempre nella Sicilia orientale, troviamo un’altra specialità culinaria, ovviamente ancora una volta dolce, che prende spunto se non dalle usanze saracene, almeno dalla presenza araba nell’isola.

Parliamo delle teste di moro.

Secondo la leggenda, negli anni in cui i Normanni del Conte Ruggiero cercarono di conquistare l’isola, strappandola agli arabi, vi fu una battaglia particolarmente cruente. Questa ebbe luogo una notte del marzo 1091, nella piana che si affaccia direttamente sul mare di Donnalucata, nel comune di Scicli. I Saraceni sembravano invincibili e pronti a schiacciare le truppe normanne, quando, sempre secondo la leggenda, la Madonna, in sella ad un cavallo bianco, apparve alle truppe, vestita con un corsetto di colore rosso, un mantello celeste, una corona d’oro in testa e una spada nella mano destra.

Fu proprio questa affilatissima spada, si narra, guidata dalla mano celeste, ad uccidere sul campo di battaglia centinaia di nemici (arabi), tagliando loro le teste: quelle stesse teste che, alla fine della battaglia, ricoprivano il terreno.

Per mantenere viva la memoria della battaglia e del miracolo che permise ai Normanni di vincere e liberare la regione dagli arabi, i siciliani avrebbero inventato le teste di turco, ovverosia un grosso bignè (la cui forma ricorda quella di un turbante) farcito o di crema o di ricotta, con l’aggiunta di scaglie di cioccolato fondente, granella di mandorle e pistacchi.

A Scicli, l’ultima settimana del mese di maggio, ogni anno si festeggia la patrona della città, la Madonna delle Milizie: e questa è la migliore occasione (ma di certo non l’unica) per gustare le teste di turco.

I qanàt arabi di Catania: usi domestici e agricoli dell’acqua

Parlavamo, poco sopra, delle canalizzazioni realizzate dagli arabi per consentire agli abitanti di Catania di avere l’acqua corrente a disposizione. Queste si chiamano Qanàt e sono oggi in parte visitabili. L’escursione tutta sotterranea lungo queste vie d’acqua consente di fare un tuffo nel passato, ammirando le tecniche di costruzione del Medioevo o addirittura precedenti.

Si tratta in effetti di un antico sistema di trasporto idrico, la cui ideazione originaria si deve agli antichi Persi, dai quali gli arabi presero e adattarono progetto e tecniche. Dai paesi islamici e dal Marocco, i qanàt arrivarono anche in Spagna e Portogallo.

Fu proprio durante la dominazione araba, che diversi sistemi particolarmente geniali per captare le falde e distribuire le acque, sia in superficie, sia in profondità, vennero importati, applicati e adattati alle particolari esigenze e asperità di un terreno estremamente duro (roccia lavica): tra questi sistemi, i qanàt!

I qanàt arabi furono particolarmente apprezzati soprattutto da notabili e nobili arabi di Sicilia, che potevano così beneficiare dell’acqua all’interno delle loro residenze, ma furono un utilissimo strumento per rispondere a moltissime necessità agricole in una regione dove il caldo e la siccità si fanno sentire diversi mesi all’anno.

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