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L’arabo a Messina: molto più di una mera questione linguistica

Chi, oggi, passeggiando per il sud Italia, Sicilia in particolare, si accorge di quanto alcune carnagioni siano addirittura più scure di quelle di molti magrebini, non deve stupirsi. È Storia che per oltre duecento anni, gli arabi si siano installati nell’isola, abbiano portato i loro usi, i loro costumi, la loro arte e la loro cultura, si siano, infine, mescolati alla popolazione locale.

Un po’ di storia

Ufficialmente, tutto ebbe inizio nell’anno 827, anche se i tentativi di insediamento e conquista dell’isola iniziarono prima, con ripetute incursioni, la prima delle quali risale al 652.

Prima di loro, erano stati i bizantini ad occupare l’isola (nel 535) e a mantenerla florida per quasi tre secoli. Nei primi anni del IX secolo, però, l’efficienza bizantina iniziò a dare i primi segni di cedimento (in concomitanza con la perdita di potere in tutto il Mediterraneo), accompagnati da un crescente malcontento della popolazione; al punto che Eufemio da Messina chiamò in aiuto i maghrebini, i quali arrivarono, appunto nell’827, in modo da riprendere il controllo della Sicilia.

Tutto era stato pensato nel dettaglio, come la sosta all’Isola dei Conigli (un isolotto prospicente la costa sud di Lampedusa) per fare scorta di cibo e di uomini, ma non fu comunque una passeggiata, anzi. Oltre 130 anni furono necessari per portare a compimento la missione di riconquista della Sicilia, complici le condizioni climatiche avverse, la geografia a tratti poco ospitale, la reazione dei cittadini, la scarsità di uomini a disposizione,…

Dallo sbarco a Mazara del Vallo (in provincia di Trapani) nell’827, ci vollero ben 4 anni per annettere Palermo, mentre a Messina gli arabi arrivarono nell’843: non poco se si considera che da Mazara alla città dello stretto, non vi sono nemmeno 400 km. La città di Enna, poi, resistette fino all’anno 859, quando gli arabi avevano già iniziato a coniare moneta in Sicilia. Siracusa cadde solo nell’878, la vicina Catania nel 900 e Taormina nel 902. La cittadina di Rometta, nel messinese, fu conquistata nel 965!

Una conquista sui generis

Ma, se la conquista necessitò di tanto, fu anche perché la Sicilia non visse mai sotto un regno arabo unitario, ma venne suddivisa in tante piccole signorie, ognuna delle quali retta da un Kadì.

Allo stesso tempo, però, va detto come non si sia trattato di una sottomissione completa: gli arabi a Messina, Palermo, Catania e nel resto dell’isola, non perseguitarono i cristiani, né li costrinsero a convertirsi all’Islam. Si accontentarono di imporre loro una tassa supplementare, chiamata gézia, prezzo da pagare per la libertà di culto.

L’arabizzazione della Sicilia

Non solo a Palermo, ma in tutta la Sicilia, gli invasori favorirono la diffusione della cultura araba: scienze e letteratura, poesia e arti, architettura (con monumenti stupendi) e arte culinaria (piatti prelibati, ancora oggi perno della cucina siciliana). Furono due secoli molto prosperi, in cui l’isola si riempì di industrie, commerci e viaggiatori. Furono gli arabi ad introdurre le colture del riso (eh già!) e degli agrumi, così come a canalizzare le risorse idriche disponibili sull’isola e a favorire le piantagioni di gelsi e il relativo impianto di manifattura per la seta.

Contrariamente a quello che avrebbero fatto nei secoli successivi i normanni, gli spagnoli, i francesi e i piemontesi, gli arabi incentivarono la piccola proprietà terriera e contrastarono i latifondi. Non fu solo una misura di facciata, come è dimostrato dal fatto che vennero presi seri incentivi fiscali a vantaggio dei piccoli proprietari (l’abolizione della tassa sugli animai da tiro ne è un esempio).

La posizione della Sicilia, centrale nel Mediterraneo, ne faceva, all’epoca come oggi, un fulcro per viaggiatori, eserciti, esportatori e importatori di merci varie.

L’influsso dell’arabo nella lingua

Ovvio che due secoli di convivenza tra culture differenti non potevano che portare ad un uso commisto dei termini, al punto da lasciare un influsso indelebile nella lingua e nei termini di utilizzo più comune in Sicilia.

Iniziamo dalla città di Enna: fino a prima che Mussolini ripristinasse l’antico nome Enna (di derivazione sicana prima, greca poi e latina infine), il nome in dialetto locale era Castrugiuvanni. Ma questo derivava dalla latinizzazione avvenuta ad opera dei Normanni (arrivati in Sicilia dopo i maghrebini) del nome arabo della città: Qasr Yanna.

Ma Enna, ovviamente, non è l’unico caso:

  • Caltanissetta, Caltagirone, Caltavuturo derivano i loro nomi dalla lingua araba, dato che Kalat significa castello;
  • I nomi Marsala e Marzamemi fanno riferimento al termine marsha, porto;
  • Gibellina, Gibilmanna, Gibilrossa, sono paesi arroccati su dei monti, dall’arabo gebel;
  • Racalmuto e Regalbuto derivano da rahal, casale.

Vi sono, poi, termini di origine bucolica, derivati dall’arabo degli invasori e rimasti nelle forme dialettali locali (e, a volte, transitati all’italiano):

  • gebbia: vasca rettangolare e circolare per il ricetto dell’acqua, usata in particolare per fronteggiare la siccità.
  • sabba: una misura dell’acqua
  • giarra: recipiente
  • marzappa (mirzaba): mazza per battere il grano
  • zzàccanu (sakan): il luogo dove si rinchiudono le bestie ecc.
  • senia, la ruota del mulino ad acqua
  • funnacu, il fondaco
  • fastuca, ovvero pistacchio
  • zagara, i fiori dell’arancio o del limone
  • zibibbu, una varietà di uva
  • giggiulena, il sesamo
  • calia, che sono i ceci abbrustoliti
  • giurana, la rana
  • zotta, la frusta
  • fawwara: sorgente impetuosa e abbondante
  • gabiya: zappa d’acqua.

L’arabo è entrato a Messina e Palermo anche nei cognomi, come Badalà o Vadalà (servo di Allah) Fragalà (gioia di Allah) e tanti altri.

L’arabo e la cucina di Messina

Se abiti a Messina o se sei passato dalla città dello Stretto, non puoi non avere notato un altro punto di contatto tra l’arabo e il siciliano: la cucina.

Alcune ricette della tradizione siciliana devono molto alla presenza araba nell’isola. Gli arancini stessi derivano dal Medio Oriente, seppur rivisitati in una dimensione locale; ma anche la cassata e il cuscus non si mangerebbero a Messina, se gli arabi non fossero stati presenti in città per quasi duecento anni.

Vi è poi l’uso delle spezie, dello zucchero e dei profumi, oltre che, uscendo dall’ambito strettamente culinario, le truvature, ovvero scongiuri e pratiche di fattura di derivazione prettamente mediorientale.

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