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Il solfeggio in Italia: solo tedio o utilità?

Ma qual è la definizione di solfeggio?

Alla voce «solfeggio», in Italia, l’Enciclopedia Treccani indica:

un sistema di lettura musicale che consiste nel declamare i nomi delle note, il loro significato ritmico e melodico.

Nel solfeggio parlato, si nomina la nota e se ne recita anche la durata. Nel solfeggio cantato, invece, la nota viene anche intonata. È tipico del solfeggio accompagnare la lettura e il canto delle note con un movimento della mano (con palmo aperto o chiusa a pugno) che marchi il tempo e le battute.

Pregiudizi e vere e proprie cattiverie sul solfeggio in Italia

Un po’ come la matematica, la geometria, l’algebra, il greco antico … anche il solfeggio soffre di una pessima nomina, in molti ambienti giovanili. Alcuni blog sono esemplificativi, a tal proposito. I giovani vi si sfogano, si disperano, si danno dritte in merito al modo meno lesivo per superare la fase della vita di un musicista de dedicare a teoria e solfeggio.

Eppure, proprio su questo genere di blog, sono gli stessi giovani a riconoscere, che, volenti o nolenti, il solfeggio è una base indispensabile per procedere musicalmente, in qualsiasi direzione.

Così come sommare e sottrarre è indispensabile per procedere, un giorno, con lo studio di funzione, allo stesso modo, scoprire i nomi, la posizione, la durata di suoni e pause è il solo modo per sperare, un po’ più tardi, di eseguire correttamente dei brani, a voce o con uno strumento qualsiasi, dai cordofoni alle percussioni.

Ed ecco perché i giovani non hanno remore ad affermare che il solfeggio è tanto noioso quanto utile!

Insomma, il tedio che provoca sarebbe direttamente proporzionale alla sua estrema necessità in ambito musicale. Molti allievi, col senno di poi, affermano che “il solfeggio non è poi così male, visto a qualche anno di distanza”!

Un’amara verità, insomma.

Solfeggia felice chi vive il presente

Senza troppo tardare, diciamo subito che, se il solfeggio fosse affrontato sistematicamente in gruppo, esso sarebbe certamente tutt’altra cosa, agli occhi degli impazienti allievi.

Eh già, perché uno dei motivi per cui questa disciplina indispensabile è così tanto criticata è che esso viene preso come una vera e propria corvée o un prezzo da pagare, per poi finalmente godersi la pratica dello strumento.

Ed è proprio questa concezione che va sradicata.

Innanzitutto, il solfeggio, letto, parlato e cantato in gruppo, con un bravo mentore che sappia sottolineare la giovialità della disciplina come della lezione collettiva, è davvero un’altra cosa: esso può anche divenire un fine in sé. Ci si diverte, si canta insieme, ci si alterna, ci si confronta, ci si dà suggerimenti. La “classe di solfeggio”, insomma, è decisamente una situazione ottimale. Cercare un corso di teoria e solfeggio in Italia che si tenga per i piccoli gruppi è certamente un’ottima decisione.

In secondo luogo, bisogna destrutturare un’altra immagine troppo vincolante e decisamente faziosa. Così come il solfeggio può essere vissuto come un’attività musicale in sé – per quanto utile alla pratica di uno strumento – ugualmente, non è detto che lo strumento debba sempre e comunque essere considerato un fine.

Può sembrare paradossale e contrario alla realtà dei fatti, dato che tutti sappiamo che il solfeggio è indispensabile per lo studio di uno strumento. E, tuttavia, provare a rovesciare per una volta le prospettive può aprire nuovi mondi, far scoprire nuove passioni ed allargare la nostra mente.

Se il giovane arranca dietro al solfeggio e lo disprezza, poiché si interessa solo all’accesso allo strumento prescelto, indubbiamente i tre anni di teoria e solfeggio previsti in Italia gli peseranno enormemente.

Se, invece, egli prende questo periodo come una palestra mentale, non solo canora, di lettura, di ritmo, allora diverrà un giovane futuro musicista in grado di meditare. E questa capacità – quella di fare il vuoto mentale e concentrarsi su oggetti prestabiliti – è decisamente indispensabile ad ogni futuro musicista.

La lezione di solfeggio in gruppo, allora, consente di unire la necessaria solitudine tipica di ogni studente di musica, alla gradevolezza dello scambio culturale, musicale e relazionale. Condividere dubbi ed esercizi è la migliore arma contro lo scoraggiamento ed il tedio. Quest’ultimo, del resto, deriva esclusivamente dal fatto di svolgere un’attività pensando ad un’altra, proprio come fa il bambino che scalpita per mettersi al pianoforte e quindi non presta alcuna energia, concentrazione e volontà alla pratica del solfeggio.

Seguire una lezione di teoria e solfeggio in Italia può avvenire in diversi modi: al Conservatorio, al Liceo musicale, a lezione privata di musica, presso le sedi di associazioni. Se possibile, optare sempre per una situazione collettiva, posto che per approfondimenti si potrà integrare con qualche lezione di solfeggio individuale.

Il consiglio, comunque, è quello di provare piacere nello stesso solfeggio e non posporlo al momento in cui questa pratica sarà conclusa e si lavorerà sullo strumento! Ogni tappa, insomma, è superata con gioia se la si vive come un fine in se, non come un gradino verso qualcos’altro.

Le prime scoperte attraverso il solfeggio

Naturalmente, solfeggiando si apprende a riconoscere le figure musicali, le note, la posizione di esse; si scoprono le chiavi; il ritmo ed i tempi…

Ma solfeggiare significa anche scoprire a fondo cosa sia la pratica musicale e cosa preveda la vita di un musicista.

Se il solfeggio è un’attività mentale, è chiaro che la musica nel suo insieme va vista a partire da questa affermazione.

La musica, anche quella eseguita con l’anelato strumento, non sarà il fine ultimo, dato che il fine ultimo resterà sempre il musicista, la sua realizzazione come persona, come entità fisica, mentale e psicologica.

La musica, infatti, è una disciplina totalizzante, che ha regole fisse solo relativamente ad ogni singolo. In altre parole, tanto per solfeggiare, quanto per studiare un brano al violino, ognuno avrà tempi e modi a lui adatti ed ottimali, che non sempre corrisponderanno con un modo “generale” di studiare.

La musica, il solfeggio in primis, ci fa scoprire come funzioniamo, come facciamo per memorizzare, per ricordare un suono e riprodurlo. La riflessione su se stessi è importantissima. L’autocoscienza, in primis corporea, è indispensabile. Dobbiamo far vibrare le nostre corde vocali, oltre che la membrana del timpano, allenare questa pratica, dosarla, sapere come regolarla al dettaglio.

È chiaro che, visto cosi, il solfeggio cantato – come anche il dettato musicale – diventa esercizio di meditazione profonda, una pratica di allenamento dell’autocoscienza. La musica, poi, verrà fuori da sola, una volta allenati gli organi chiave. Il cervello prima di tutto, le parti sopra menzionate in secondo luogo, dovranno esercitarsi costantemente, fare una loro ginnastica, perché venga fuori un musicista vero e proprio.

Insomma, riconoscere le note suonate o cantate dal maestro e riuscire a trascriverle correttamente, non è qualcosa che si apprenda per sola emulazione. Si tratta del dare sfogo e libero corso ad un vero e proprio intuito. E questo intuito si accresce immergendosi in una classe musicale, concentrandosi sull’interno del proprio corpo e, naturalmente, seguendo con attenzione ogni lezione di solfeggio e le spiegazioni di maestro e libri di musica.

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