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La storia della boxe in Italia

La boxe, nota anche come pugilato, è uno sport dalle origini antichissime e noto nel mondo intero.

Se sei un liceale, avrai letto l’Iliade ed anche l’Eneide, riscontrando con facilità i numerosi riferimenti ai combattimenti che sono prodromi della boxe come oggi la conosciamo.

In questi testi greci, sono descritti dei famosi “incontri”, tra personaggi anche di stazza molto diversa. Eh già, perché in principio, non esistevano limiti di peso e categorie specifiche relative alle taglie, per i combattimenti.

Erano principalmente persone piuttosto grandi a combattere e le leggende, allora, si costruivano proprio attorno a combattimenti di improbabili pugili mingherlini che la scampavano bella contro il gigante di turno.

Nella Roma antica, i combattimenti terminavano con la resa di uno dei contendenti; le ferite erano gravi, non sanzionate ed anche mortali. Si riteneva, infatti, che non vi fosse alcuna malvagità alla base della lotta. Al contrario, la lotta era una forma legittima di dimostrazione di superiorità atletica e tecnica.

Nell’anno 1719, a Londra, nacque la prima scuola moderna di pugilato. È l’epoca di James Figg, che proprio in quell’anno si auto dichiara “campione di boxe”, avendo vinto 15 combattimenti e non trovando alcuno in grado di sconfiggerlo. Parliamo di un combattente dalle misure notevoli, all’epoca: 84 KG ed 1.84 cm di altezza. E il pugilato, all’epoca, non si chiamava nemmeno boxe, ancora: era “nobile arte della difesa”. I pugili lottavano a mani nude, sebbene nell’antichità i combattenti greco-romani avessero già trovato ottimale l’impiego di speciali legacci in cuoio, con placche metalliche, a protezione delle mani.

Le regole rimanevano piuttosto vaghe, quasi inesistenti, se comparate ai regolamenti attuali della boxe.

Verso la metà del Settecento, a Figg successe Broughton, che propose delle norme regolamentari, tra cui: la delimitazione di un ring tramite corde, la presenza sul ring di due secondi che assistessero il pugile, la presenza di un arbitro che giudicasse e di un altro arbitro che contasse i tempi. Al contempo, nascevano le etichette di “colpi vietati”: quelli portati con la testa, con i piedi, con le ginocchia e colpi sotto la cintura. Per una salvaguardia dei pugili, venne stabilito che si contasse fino a trenta secondi, nel caso in cui un combattente fosse a terra. Allo scadere di questo tempo, dopo altri otto secondi, chi non si fosse rialzato sarebbe stato considerato sconfitto.

Boxe e scommesse

I combattimenti rimasero, tuttavia, illimitati nella durata. Consideriamo anche la pratica della scommesse, piuttosto diffuse e strettamente interconnesse anche all’evolvere della regolamentazione della boxe.

Tra gli incontri leggendari nella storia della boxe, si ricorda quello del 1825, in cui, per la prima volta, un campione britannico sfidò un pugile americano. Le riprese furono 42, vi fu un’invasione del ring da parte della folla, la fuga dell’arbitro ed un verdetto finale pacificatore…per placare gli animi, che decretò la parità.

La pratica via via più diffusa e non regolamentata delle scommesse avvelenò grandemente la boxe, insieme all’assenza di regole precise cui gli arbitri potessero riferirsi per giudicare e procedere.

Fu così che il noto Marchese di Queensberry si batté, affinché venissero introdotte norme scritte, destinate a dar luogo al pugilato moderno. Vennero introdotte le categorie di pesi: massimi, medi e leggeri; si stabilì la durata di dieci secondi per il KO e l’obbligo per l’avversario di allontanarsi dal pugile in affanno, anche nel caso in cui questi avesse un solo ginocchio a terra. Era obbligatorio indossare guantoni nuovi prima del combattimento; ogni ripresa doveva durare tre minuti e la ripresa un minuto; mentre restava da contrattare tra pugili il numero delle riprese.

L’arbitro poteva comunque far continuare l’incontro fino a fare emergere l’inferiorità di uno dei due combattenti. Il perdente, insomma, restava ancora colui che soccombeva, un po’ come nel KO.

Soltanto ai primi del Novecento, vi furono ulteriori trasformazioni nella boxe; aumentarono le categorie di peso: apparvero i medio-leggeri, i piuma, i gallo, i mosca e i medio-massimi. La durata degli incontri venne limitata: 20 riprese e vittoria decretata tramite il conteggio di punti.

Questa evoluzione è alla base della boxe praticata nel mondo oggi e dunque anche del pugilato in Italia.

La boxe nella TV italiana: decadenza o ibridazione di uno sport?

Negli ultimi anni, in Italia, la boxe non è più molto in auge, se si guarda ai palinsesti delle televisioni sportive e delle trasmissioni di sport. Ci si chiede come mai, dato che il pugilato ha numerosi atleti e fan ovunque.

A trasmettere la boxe in Italia sono: Rai Sport, Sportitalia, Italia 1 e Italia 2, Sky, Deejay Tv (Tv 9), Tv8 e FoxSports.

Guardando ai dati degli ultimi anni, l’audience oscilla mediamente tra i 40.000 spettatori ed i 360.000, per una media di 200.000/300.000 spettatori. In altre parole, parliamo di uno share compreso tra 0.35 e 3.50 per cento!

La boxe in Italia è mal pubblicizzata? Mal venduta? Mal gestita?

Gli incontri sono spesso trasmessi a notte fonda, in diretta, su canali a pagamento. Ma la cosa non può stupire. La boxe si configura quasi come un prodotto di nicchia, pur dovendo sostenere comunque i costi organizzativi, per essere trasmessa: emissioni, conduttori, riprese, montaggi… Il pugilato non ha la pubblicità di cui godono altre discipline. È normale che i costi della visione ricadano sugli spettatori, tramite abbonamento. E questo può spiegare in parte la poca visione degli incontri.

La situazione critica delle televisioni si ripercuote sulla messa in onda degli sport anche in Rai. Quest’ultima ha ceduto gradualmente i diritti di calcio, Formula 1, motociclismo, tennis e altri sport come il pugilato.

Se, però, cerchiamo dettagli specifici relativi alla boxe in TV, possiamo prendere in considerazione i numeri di spettatori agli incontri più significativi degli ultimi anni: quasi cinque milioni per i match di Rosi, nove per Oliva … E che dire di Bandu vs Ptrucci, con ottomila spettatori al Foro Italico?

Il problema, allora, sta forse nei “nuovi” pugili? Sono altrettanto amati? Simboleggiano, canalizzano le stesse emozioni di un tempo per gli spettatori di boxe in Italia?

Petrucci è sempre stato un pugile amatissimo nella piazze romane e italiane, suscitando forti emozioni nei tifosi. Bundu è stato amatissimo per il carisma e per una boxe di talento. Ci si chiede, allora, se oggi esista un pugile, un professionista della boxe, vettore di sentimenti e performance tecniche in grado di raccogliere fan sfegatati.

Dai primi anni del 2000, purtroppo, la presenza dei dilettanti nella boxe è divenuta preponderante. I nuovi pugili di successo, di certo talentuosi, come Cammarelle, Mangiacapre, Picardi ed altri, non hanno potuto approdare al professionismo.

I professionisti della boxe in Italia sono pochi, oggi: difficoltà finanziarie, scarsa fiducia nella possibilità di poter vivere di boxe...

Giuste o sbagliate che siano, queste valutazioni, ci regalano una classe d pugili a volte stressata da problemi di lavoro, un lavoro che non è più solo quello di pugile. Ciò ha un’influenza non trascurabile sulla concentrazione, sull’impegno fisico e sulla prestazione finale. E i fan sentono a pelle tutto questo!

Le domande più frequenti:

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